Torno a scrivere qui, dove vorrei stare in realtà più spesso. Ma il mondo corre veloce e non ha tempo di stare a leggere un articolo che so già per certo sarà lunghissimo. Sempre meno lungo di quanto vorrei, comunque.
Mi sforzo di scegliere bene le parole ma credo che sarò un fiume in piena. Perdonatemi. Esattamente come avevo espresso il mio pensiero riguardo al viaggiare con bambini, sono qui a dirvi la mia sul viaggiare con adolescenti. O meglio sul non viaggiare con adolescenti, cioè a lasciarli a casa. E del disagio che questa cosa mi crea, molto più del fatto che non vogliano più viaggiare con noi.
Non vogliono (o meglio il primogenito, per il momento) più viaggiare con noi, anzi no, mi correggo. Non vogliono viaggiare più SOLO con noi. Perché sì, siamo stati negli Stati Uniti tutti e cinque, andremo tra poco nella “nostra” solita baita in autogestione, a fare i turni a lavare pentole e pelar patate. Ma siamo in compagnia, delle solite altre due famiglie con cui viaggiamo nel primo caso e con altre 30 persone nel secondo caso. Si fa gruppo, si ride, si scherza. Si perde un po’ il senso di quel far famiglia che aveva caratterizzato i nostri viaggi con bambini piccoli. Ma ne guadagniamo tutti quanti in divertimento e risate, questo è sicuro.
Non c’è una cosa giusta e una sbagliata. Ma ancora una volta ci sono i social a creare standard altissimi. Che ci fanno credere che quello che stiamo vivendo non sia giusto. Che di sicuro abbiamo sbagliato qualcosa nel rapporto con i nostri figli, se non vogliono venire con noi.
Invece, per quanto – sono sincera – la cosa un pochino mi lasci l’amaro in bocca, credo sia molto sano che un ragazzo di quasi 18 anni non voglia stare con la mamma e il papà. Questo non vuol dire che abbiamo un brutto rapporto, anzi. Ma solo che lui vuole fare esperienze senza di noi. Io a 18 anni mi sarei buttata giù da un ponte piuttosto che andare in vacanza con i miei genitori.
Ma il problema vero, quello che ho espresso nelle storie mentre stavamo vivendo un viaggio per me da sogno nel Peak District, è che sto male io a lasciarlo solo a casa.
E non perché mi senta in colpa a non preparargli un piatto di pasta o a non lavargli le magliette. Di quello, onestamente, mi frega nulla (e infatti mi concedo spesso fughe in solitaria senza sentirmi minimamente in colpa). Mi sento in colpa perché ho paura che gli succeda qualcosa e noi siamo lontani. O, ancora peggio, che capiti qualcosa di grave a noi mentre siamo via e lui rimanga orfano.
Ci sarà chi sorriderà di questa paura. Ci sarà invece chi capirà di provare la stessa cosa ma non ha il coraggio di ammetterlo. Magari nemmeno con se stesso. E a giudicare dai commenti privati che ho ricevuto, credo di essere in buona compagnia. In quella che, ne sono consapevole, è una paura irrazionale. Che nasconde molto altro, sono consapevole anche di quello.
Come diceva la mia psicologa, ho una consapevolezza lucida delle cose. E chi è consapevole è già un passo avanti rispetto a chi nega con se stesso. Io so benissimo psicoanalizzarmi.
Da piccola soffrivo di ansia da abbandono. Ero figlia unica di un padre perennemente in viaggio per lavoro e di una madre perennemente malata con gravi problemi di salute. Vivevamo lontani dai parenti, quelli materni sul lago Maggiore, quelli paterni a Roma. Ci siamo ritrovati di punto in bianco in Brianza, senza conoscere nessuno. Nella Brianza di quasi 50 anni fa, molto chiusa e riservata. Dove mia madre, selvatica e riservata pure lei, ci ha messo due anni per conoscere qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere. Io mi sentivo sola. Se chiudo gli occhi, riesco a rivivere quella sensazione. E il terrore di quando cercavo di addormentarmi e pensavo “Se la mamma muore stanotte, io chi chiamo?”.
Candy-Candy di certo ci ha messo del suo, così come tanti altri cartoni dell’epoca in cui – oh ma è mai possibile? – a morire era sempre la mamma.
Se adesso avessi una figlia come la me di allora, la manderei immediatamente dallo psicologo. Ma non si usava a quei tempi. E per la generazione dei miei genitori forse non si usa nemmeno ora. Com’è finita? Che con l’adolescenza che i miei genitori mi abbandonassero non era più un timore, quanto più un desiderio 🙂
Sembravo risolta e a posto. Con un passaporto in mano e le mie fughe.
Ma poi, quando sono diventata io mamma, quella paura è tornata. Molto forte, in versione tramutata. Ora ho paura io che mi succeda qualcosa. Ho il terrore di abbandonarli.
Ed è una paura che mi immobilizza a volte. Irrazionale come ogni paura. Perché potrei morire in un incidente stradale a due metri da casa, ne sono consapevole. E se anche dovesse succedere, loro si ricomporrebbero, troverebbero la loro strada e continuerebbero la loro vita.
Vi sto raccontando questo perché a volte dietro a tanti consigli che si suggeriscono, a tante cose che si danno per scontate ci sono piccoli o grandi drammi. A cui a volte fanno seguito piccoli o grandi traguardi.
Forse, chissà, ho amato così tanto il Peak District perché sono riuscita a vincere la mia paura e sono partita lasciandolo a casa. O forse il Peak District l’avrei adorato a prescindere.
P.S. Questo è un articolo molto personale, please handle with care.
P.P.S Nella foto di copertina, l’ultimo viaggio solo noi cinque, in Galles. Se avessi saputo che quello sarebbe stato l’ultimo mi ci sarei crogiolata.






8 Comments
Non è detto che sia stato l’ultimo. Forse da grande, quando si sarà creato “senza” di voi e saprà chi è ritornerà a farlo. Io l’ho fatto e, anzi, ero io a portare in viaggio loro. Lasciavo a casa il fidanzato e me li portavo in giro per l’Europa. Col sennò di poi.. fortuna che l’ho fatto. Baci sempre
Grazie Erika, mi dai conforto 🙂
Un abbaccione grande alla donna più wonder woman che ci sia
Che parole bellissime e quanto condivido! Anche se i miei figli sono ancora piccoli sento molto tante cose che scrivi. Grazie!
Ciao mia carissima omonima, mi fa davvero tanto piacere. Sei una grande viaggiatrice e sapere che qualcuno che ha la mia stessa passione condivide questo pensiero mi fa sentire meno sola.
Ti mando un grandissimo abbraccio
Cara Letizia, come capisco ogni parola di quello che dici…le nostre paure tornano ogni qualvolta una situazione le rievoca, ce le portiamo cucite addosso, proprio a pennello. Ed esserne consapevoli è già un fatto importante!
Ho lasciato il lavoro tanti fa, quando mi sembrava l’unica soluzione possibile per una mamma di tre figlie…la realtà era un’altra: volevo esserci, a tutti i costi, a vedere le loro scoperte, conquiste, a consolare i loro pianti e a tenerle per mano per rassicurarle…perché nessuno l’ha fatto con me e non volevo provassero la stessa sofferenza, lo stesso senso di abbandono e solitudine.
Adesso sono adulte ormai, almeno le prime due, ed io ho ripreso a lavorare, altrimenti la pensione chi me la da? ?
P.S.: La mia seconda, 28 anni, che ha sempre odiato la montagna (dove io ce l’ho sempre portata perché per me è vita) adesso, anche solo per qualche giorno durante le vacanze viene a trovarci e…cammina pure per sentieri! Poco impegnativi eh!
Un abbraccio Leti, ti leggo sempre con tanto affetto ed empatia…prima o poi mi piacerebbe incontrarti.
Nunzia
Ciao Nunzia, grazie per questo tuo bellissimo commento in cui mi ci rivedo proprio tanto. Anch’io ho fatto una scelta simile, professionalmente. Non ho smesso di lavorare ma ho scelto un part-time che poi mi ha penalizzata. Ma non avrei delegato la crescita dei miei figli a nessun altro. Perché anch’io, nonostante mia madre non lavorasse, mi sono sentita non considerata da piccola. Volevo una maternità diversa per i miei figli. Io credo che prima di diventare genitori sarebbe bene scrollarsi di dosso tutte le proprie paure e aspettative con anni di terapia. Ma lo so ora, all’epoca credevo di essere risolta. Il problema è che come ogni viaggio, anche quello dentro di te sembra non finire mai. Più scopri e più sai di non sapere. Insomma un bel casino. Ma sono felice di non essere l’unica a portarsi dietro pensieri importanti. Abbiamo in comune una seconda figlia che odia la montagna. Io sognavo la famiglia felice che sciava sulle piste. Invece lei a 10 anni ha detto che non avrebbe sciato mai più in vita sua e così è stato. Poi mio marito si è fatto male a una spalla sciando. E quel sogno non si è mai realizzato. Lo so, è una cavolata pazzesca. Ma all’epoca ci ero rimasta male, pensa un po’ te quanto ero scema! Un abbraccio grande
Quanto ti capisco, mi sono sempre ritrovata nelle tue parole! Il mio primogenito quest’anno ha fatto le sue prime vacanze da solo. Mi riempiva il cuore sentire la sua voce estasiata per l’esperienza che stava vivendo, ma io non ho chiuso occhio due settimane. La paura che gli succedesse qualcosa mi ha tolto il fiato le prime notti. Devi lasciar andare, ma allo stesso tempo hai il cuore fuori sede. Ora stiamo tornando da un otr in camper nei Paesi Bassi. Se sia l’ultimo da soli non lo so, forse non ancora, ma ho pensato tutto il tempo che ciò che adoro del camper è proprio il fatto che stiamo davvero insieme. La sera si gioca a carte, si fa l’aperitivo al tramonto, si sbrigano le cose quotidiane, e siamo noi. Ci siamo e la quotidianità si fa forza centripeta, contrariamente a quanto avviene di solito.
Ciao Fabiana,
mi spiace non aver mai provato il camper, è uno dei rimpianti che ho. Abbiamo promesso all’ultimogenita che faremo l’esperienza, se anche gli altri due non ci vorranno seguire sarà comunque bello per lei. Io ti/mi auguro altri viaggi in cinque, a far famiglia come dici tu. Altrimenti mi auguro che questi ricordi restino indelebili nei loro cuori. E mi auguro più leggerezza per me, ne ho bisogno. Ti mando un abbraccio grande