Questo è uno di quegli articoli a cui, se bazzicate da diverso tempo qui, siete abituati. Sapete che ogni tanto (ogni spesso, direbbe qualcuno) sento proprio il bisogno di fermarmi, di razionalizzare quello che sto facendo. Di farmi anche seghe mentali, o almeno saranno tali per qualcuno.
Io sono convinta che gironzolare senza farsi domande sia molto presuntuoso e al contempo molto ingenuo. Una cosa che non possiamo più permetterci, considerati gli effetti devastanti di un post virale che richiama migliaia di persone in un luogo con due parcheggi in croce.
Non mi dilungo troppo sul tema della responsabilità di chiunque pubblichi online, ne avevo già parlato nella mia dichiarazione di cantastorie.
Questo articolo nasce da un’esperienza personale, anzi da diverse esperienze vissute all’interno di una manciata di giorni. Attimi di vita vera che mi hanno fatta sentire per certi versi turista fatta e finita. Con il cipiglio da viaggiatrice.
Anche se, lo sapete come la penso, l’ho scritto diverse volte, per me la differenza tra turista e viaggiatore è una di quelle a cui ci aggrappiamo per crederci diversi, migliori. Io non sono quella che sale su un pullman da 50 persone e visita 10 luoghi in una giornata senza capire dove si trovi, comprando due calamite, una cartolina e tornando a casa dicendo di essere stata in quel tal posto senza nemmeno averci messo davvero piede. Assolutamente no, per carità, giammai. Nella realtà credo che ci troviamo tutti in quel meraviglioso calderone di gente che si sposta per vedere, fare, mangiare, visitare qualcosa che è altro da sè. Con atteggiamento più o meno rispettoso. Ma quello è.
Siamo tutti turisti.
Del mio paese nelle Marche vi ho parlato diverse volte. Ha un potenziale turistico incredibile totalmente non sfruttato. Questo è quello che penso io, che pensano tante persone a me care. Ma non sono certa che lo pensino anche le persone del posto. Ci sono diverse attività commerciali, due pizzerie molto buone tra l’altro. In entrambi i casi il problema per quanto mi riguarda è la lentezza del servizio. Per i miei canoni di cittadina lombarda che quando va in pizzeria si aspetta una pizza davanti al naso in massimo 10 minuti. Eppure sono la stessa per cui il top della vita è mangiare una pizza da asporto in spiaggia al tramonto, con la sabbia che finisce inevitabilmente sulla mozzarella conferendo quel tocco di ruvidità e sapidità in più a ogni morso. Non sono una di grandi pretese, tutt’altro. Eppure divento quasi isterica, mi snerva inevitabilmente dover attendere un’ora per mangiare una pizza.
Ma non parlavo giusto l’altro ieri di turismo slow? Di lentezza? Di staccare la spina? Cosa mi cambia esattamente tra aspettare 10 minuti o un’ora, se sono in ottima compagnia, mi sto divertendo e scambio quattro chiacchiere? Nulla, non mi cambia proprio nulla. Soprattutto perché non ho più bambini piccoli che protestano perché hanno fame.
Faccio fatica a tollerare l’inefficienza, questa è la realtà. Sono talmente invischiata nell’iper-produttività da non rendermi nemmeno conto che quella lentezza a cui anelo in realtà non riuscirei a sopportarla.
O meglio, se in Baviera i negozi chiudono la domenica, lo vedo come un segno di grande civiltà. Se in una sala da tè alle Cotswolds devo aspettare 15 minuti prima che qualcuno venga a servirmi lo apprezzo come un inno alla lentezza. Se avviene in Italia, è inutile girarci intorno, lo categorizzo come inefficienza.
Di questo che potremmo definire come una sorta di bias turistico siamo vittima in tanti, lo so grazie a quello che mi scrivete o in base a quello che condivido quando chiacchiero con persone illuminate. Vediamo l’inefficienza dove in realtà non c’è. Perché la gente del posto è abituata a quei ritmi. Siamo noi a doverci adeguare, cosa che ci riesce benissimo all’estero. Dove appunto siamo “viaggiatori”, entriamo in punta di piedi, con rispetto, ce ne facciamo pure un grande vanto. Non ci riesce altrettanto bene nel nostro paese dove tutto ci sembra non funzionare come dovrebbe.
Sono io la prima eh, sia ben chiaro. Ieri qualcuno mi scriveva: inneggiamo alla lentezza ma non ne siamo capaci, quindi qual è la soluzione?
E io che ne so? 🙂
Non c’è soluzione, solo riflessione. E astensione dalla critica. Perché giudichiamo tutto con il nostro gigantesco occhio turistico, soprattutto quando non vediamo valorizzati i luoghi che meriterebbero. Quante volte abbiamo detto o sentito dire “In Italia potremmo vivere di turismo se solo imparassimo a gestirlo meglio?”. E se invece fosse giusto così? Se fosse giusto che quel museo a un euro rimanesse praticamente sconosciuto per salvaguardare il luogo che ci sta intorno?
Non sono domande facili, né questioni banalizzanti. Gli stranieri anelano al nostro Dolce Far Niente, quando a me pare che sia uno stile di vita ormai più condiviso all’estero. Dove ci si prende delle pause, dove i ritmi sono più umani. E li apprezziamo tanto. Non facendo altrettanto con ciò che ci sta intorno.
Forse è l’eterno dilemma dell’erba del vicino che, malgrado tutto, ci appare sempre più verde.
O forse sono solo paranoie di chi sente ogni giorno di più una gigantesca responsabilità nello spostare masse. Che mi fa sperare ogni volta che pubblico un contenuto “ti prego, fa che non diventi virale”. Un paradosso per chiunque stia sui social. Oppure no.
Perché, mai come oggi, less is more.
Non c’è risposta, solo un vaso di pandora enorme pieno zeppo di domande a cui ogni tanto cerco di mettere un tappo.
Come sempre in questo genere di articoli, lo scambio è tutto, i commenti qui sul blog diventano preziosi spunti di riflessione per chiunque approdi a leggere queste 1000 parole deliranti. Vi ringrazio in anticipo se vorrete condividere i vostri dubbi e i vostri pensieri in merito con la sottoscritta. Per uno scambio virtuoso, il vero senso dello stare qui.
p.s. 1000 parole senza immagini. Ne siamo ancora capaci? Di leggere senza distrazioni in mezzo, intendo.
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Bellissima riflessione! ( Letta tutta?)
Grazie mille Rosa. Un abbraccio