La mia Africa

Ci sono giorni che il pensiero torna prepotente a una meta. Una foto trovata per caso, una maglietta che salta fuori con il cambio dell’armadio, un cartone che i bimbi chiedono continuamente di vedere… o un libro che non ho potuto non comprare.

E che qui si continua a sfogliare.

L’Africa.

La mia Africa.

Perciò visto che l’Africa mi chiama, infrango la regola che mi ero prefissata per questo mio diario, quella in base alla quale avrei scritto solo ed esclusivamente di viaggi post-partum, ovvero con almeno un bimbo al seguito.

Ma le regole sono fatte anche per essere infrante, di tanto in tanto, senza esagerare.

E perciò eccomi qui, sul volo KLM direzione Kilimanjaro Airport, Tanzania.

Primo anniversario di matrimonio, tre settimane a disposizione, niente figli, budget sicuramente meno tirato di ora ma comunque non illimitato.

Voglia matta di scoprire l’Africa a modo nostro, cioè non con un viaggio organizzato.

Perché soggiornare a Zanzibar e visitare il mercatino locale per me non è Africa.

E non lo è nemmeno stare spaparanzati su una spiaggia a Malindi e fare due giorni di safari al Masai Mara giusto per dire di aver visto Simba.

Però l’Africa non la puoi improvvisare. Puoi scegliere di prenotare volo e auto a noleggio come per qualsiasi altra meta, ma il rischio di non vedere nemmeno un animale è alto.

Ci vuole una guida che sappia dove andare a cercare, che conosca i sentieri come le sue tasche, che sappia che lì, in quella piana, i leoni ci vengono solo al tramonto quando i cancelli dei parchi stanno per chiudere.

O che la tal leonessa ha appena avuto i cuccioli e si nasconde proprio dietro quel cespuglio.

E noi troviamo la guida più meravigliosa che si possa immaginare, Seif. Un uomo che ci accoglie con un sorriso bianchissimo che illumina la notte più buia che si possa immaginare.

Che ci rassicura, scherza con noi, ci tratta da amici. Mi prende in giro quando vengo punta per due volte dalla mosca tse tse. Mi copre gli occhi quando vede un serpente, perché sa che ho il terrore dei rettili. Un compagno di viaggio con cui trascorrere piacevolmente 15 ore al giorno, con cui condividere i pasti e creare un’intesa perfetta.

E che alla fine ci lusinga con il complimento più bello che potessimo sentirci dire: “Voi non siete turisti come tutti gli altri, siete proprio diversi”.

Diversi perché non vogliamo assolutamente il lodge con piscina. Ce ne sono di spettacolari, da sogno. Ma con che coraggio potrei sguazzare e tuffarmi mentre a un chilometro di distanza un bambino non ha l’acqua per bere?

Diversi perché seguiamo le indicazioni date, rispettiamo il luogo come fosse sacro. Abbiamo solo vestiti beige e marroni, i colori della savana, per non spaventare gli animali.

Diversi perché chiediamo di andare nei posti non turistici, nei veri mercati dove proviamo l’ebbrezza e l’imbarazzo di essere gli unici due bianchi nel raggio di chilometri.

Diversi perché nel villaggio Masai non andiamo solo per la foto di rito, ma chiediamo di trascorrerci un po’ di tempo, di entrare nelle capanne, di condividere il cibo, di fare amicizia.

 

Diversi perché sappiamo aspettare e adattarci al ritmo della Natura. Non abbiamo la fretta di vedere tutto in due giorni e non ci spaventa l’idea di stare fermi anche per delle ore nello stesso punto con il binocolo puntato.

Diversi perché alla fine di 17 giorni di safari passati praticamente in simbiosi con la nostra jeep, piangiamo all’idea di aver prenotato 4 giorni a Zanzibar.

Non vogliamo allontanarci da quei luoghi incantati che ti entrano dentro e ti stregano, che ti rimangono appiccicati come la sabbia della savana ai vestiti.

Diversi, semplicemente non turisti.

Diciamo aspiranti viaggiatori. Che poi veri viaggiatori non lo si è mai.

letiziadorinzi

Letizia, classe 75, tre figli di 13, 12 e 8 anni e una passione innata per il Nord e la natura sconfinata. Ho più foto nella neve che in costume e queste ultime, qui, non le vedrete mai :). Non chiamatemi blogger ma cantastorie.

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letiziadorinzi
Tags: naturaSafari

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